Little Box

Caso Endemol: si chiude l’era del duopolio Mediaset Rai?

maggio 28, 2007 · Lascia un commento

Il 16 maggio scorso la Commissione Europea ha dato il semaforo verde all’operazione finanziaria con la quale Mediaset ha acquisito il 75% di Endemol, che dal 2000 era detenuto dal colosso della telefonia spagnola, Telefonica. Endemol è la più importante società di produzione televisiva indipendente che opera nel nostro Paese e in tutta Europa e che ha creato format televisivi come il Grande Fratello, Chi vuol essere milionario, Affari Tuoi e molti altri. A giudizio dell’organismo comunitario l’acquisizione di Endemol da parte di Mediaset “non si qualifica come una concentrazione” (come riporta l’agenzia ansa del 16/05).

Comunque la si pensi, il mercato televisivo italiano sta per vivere un cambiamento.

In Italia, infatti, la competizione televisiva a partire dagli anni Ottanta si è caratterizzata come un duopolio: Mediaset da una parte e Rai dall’altra. Tutti i tentativi di dar vita ad un terzo attore (da Telemontecarlo di Cecchi Gori a La7 / MTV di Tronchetti Provera fino ai numerosi circuiti di TV locali che hanno provato a trasformarsi in un network nazionale, Telombardia di Sandro Parenzo in primis) hanno rappresentato tentativi, talvolta anche interessanti, ma comunque velleitari rispetto allo strapotere in termini di ascolti e di raccolta pubblicitaria dei due big.

Dai primi anni Novanta in poi, ossia da quando il più importante imprenditore televisivo Silvio Berlusconi è entrato in politica, il duopolio televisivo ha assunto i connotati, a volte più marcati a volte meno, di un duopolio politico. Da allora si parla infatti del cosiddetto “conflitto di interessi”.

Negli ultimi anni però abbiamo assistito alla nascita di società di produzione indipendenti che hanno iniziato a vendere i loro format a tutte le tv. Confesso di aver vissuto questo cambiamento con un duplice sentimento: da un lato la possibilità di uscire dal rigido duopolio Mediaset – Rai e di una maggiore pluralità di soggetti creatori di contenuti mi sembrava positiva. Dall’altro gran parte del contenuto proposto da queste società è stato di natura prettamente commerciale: reality e soap opera soprattutto.

Oggi però siamo vicini ad un ulteriore cambiamento. Mediaset, acquisendo la maggioranza di Endemol, resta un concorrente diretto di Rai ma al tempo stesso diventa un fornitore dei suoi programmi più seguiti. Solo per citarne alcuni: Affari Tuoi (Rai 1: 7 milioni di telespettatori), La prova del cuoco (Rai 1: 2,5 milioni di telespettatori), Che tempo che fa (Rai 3: 3,5 milioni di telespettatori).

Tanto che Edmondo Berselli in un articolo pubblicato sul numero in edicola di L’Espresso, arriva a dire “La Rai è morta ma non lo sa”.

Ma cosa succederà? Verrà meno il duopolio Mediaset – Rai a vantaggio di una Mediaset pigliatutto come traspare dall’articolo di Berselli? Oppure, come dichiara il Vice Presidente di Mediaset Piersilvio Berlusconi dalle pagine di Panorama nell’articolo di Laura Delli Colli, “Endemol continuerà a sviluppare idee e produrre contenuti in piena autonomia e indipendenza”?

Chissà…? Saremo a vedere.

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Col crowdsourcing il giornale lo fanno i lettori

aprile 17, 2007 · Lascia un commento

Wikipedia definisce il crowdsourcing “un neologismo per un modello di business nel quale un’azienda o un’istituzione prende un lavoro tradizionalmente fatto da un agente designato (di solito un impiegato) e lo esternalizza verso un gruppo indefinito e generalmente grande di persone attraverso un appello aperto su Internet. …Nella maggior parte dei casi il crowdsourcing si basa sul lavoro di volontari ed appassionati che dedicano il loro tempo libero a creare contenuto”.

Il crowdsourcing sta prendendo piede in campo giornalistico. Tanto che Il Gruppo editoriale americano Gannett (che controlla Usa Today e altri 90 quotidiani locali) ha iniziato ad utilizzarlo in maniera sistematica.

Un articolo di Marco De Martino su Panorama del 12 aprile racconta di come il giornale News Press, un newsmagazine della Florida edito dalla Gannett, abbia appaltato ai propri lettori un’inchiesta giornalistica con ottimi risultati.

A fronte di questo fenomeno sono nati i Mojo (Mobile Journalist), i lettori-giornalisti che armati di wireless laptop, telecamera e registratore riportano in tempo reale informazioni, spesso di carattere locale che non trovano posto nei media tradizionali.

E’ sicuramente un aspetto di grande democrazia dell’informazione che grazie a forum, blog e .. ai nuovi mojo, diventa sempre più difficile da controllare, da indirizzare a fini politici o economici. Insomma la libera circolazione … delle idee e delle informazioni.

Quando però l’idea viene non ai lettori (come nel caso dei blog e dei forum) ma ad un editore un pensiero malizioso mi sfiora la mente: ma vuoi vede che è l’aspetto volontaristico (ossia non retribuito) degli aspriranti giornalisti in questione a stimolare l’editore ad essere così … all’avanguardia?

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LittleBox intervista gli “artisti” dello scherzo al PAC!

aprile 3, 2007 · Lascia un commento

Domenica ore 10,00: due comuni sdraio da spiaggia (anche un po’ bruttine!) trovano lustro all’interno del Padiglione di Arte Contemporanea di Milano. Posizionate per scherzo e secondo i canoni di quelle simpatiche invasioni e contaminazioni pubbliche che connaturano proprio la street art. Il risultato? Persone interessate, fotografie, famiglie in posa per ritrarsi con le inconsuete e novelle “opere”. Ed è subito un caso mediatico. Considerata al grande curiosità della gente il Corriere della sera di oggi riporta giustamente la notizia oggi in prima pagina nella cronaca di Milano.

Dietro quei nomi, riportati nell’articolo solo con l’abbreviazione, si celano in realtà due giovani professionisti tanto geniali quanto burloni. E LittleBox li ha intervistati stamattina in un baretto di Brera per farsi raccontare il “dietro le quinte” dello scherzo più riuscito di questo 1° aprile. I due sono Davide Ciliberti, un noto comunicatore e un’architetta Barbara Patrizio di un importante studio d’architettura di Milano.

A loro abbiamo chiesto cosa li ha spinti in una uggiosa domenica a compiere il blitz che ricorda la famosissima bufala dei falsi Modigliani che ingannarono diversi anni orsono anche alcuni esperti d’arte.

<<Allora: partiamo dall’opera e dall’artista. Le sdraio sono effettivamente del nostro amico Andrea Maccari (il nome che appariva sopra la targhetta dell’ “opera”) – spiega Davide – Quindi col fatto che erano in auto pronte alla riconsegna al proprietario, alla vista di quell’area vuota proprio all’interno del PAC ci siamo detti …Beh, male non ci starebbero!>>.

<<In due o tre minuti il gioco era fatto – continua Barbara – le abbiamo posizionate,corredate del giusto cartellino con titolo dell’opera “Le sdraio di Andrea Maccari -Tela e legno su acciotolato (2007) e in men che non si dica la gente ha iniziato a fotografarle, ad ammirarle e i più piccini ad accomodarcisi sopra>>.

Non solo uno scherzo ma un’opera d’arte in sé stessa: <<sì perché concettualmente il tutto regge – spiega ancora Davide – la street art è pop. Dall’inglese “apparire di colpo, scoppiettare” o abbreviazione di “popolare”, mi sembra che le sdraio in quel contesto, e per come sono “apparse” siano veramente “pop”>>.

<<Eppoi la gente sorrideva..>> continua Barbara <<…e qualcuno oggi, alla fin fine, potrà dire di avere una foto con le sdraio che oggi sono sul più importante quotidiano nazionale. Simpatico vero?>>

Ma ora che farà il PAC? Le rimuoverà? LittleBox lancia un appello all’Assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi affinché non le rimuova ma le promuova a opera d’arte vera e propria!

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Tassativo, RVM, sotopancia: ma siamo finiti dentro la TV?

marzo 7, 2007 · Lascia un commento

Tassativo, RVM, sottopancia, nell’era dei reality show parliamo come tecnici della tv. Infatti il meccanismo televisivo utilizzato in questi anni è proprio quello dell’ identificazione. Ancora qualcuno si chiede il perché in tv non ci sono più gli artisti di una volta. Artisti veri in grado di recitare, cantare, ballare, suonare strumenti: alla “Saranno Famosi”, per intenderci. Quelli che sudano nelle sale prove, quelli che sacrificano la loro vita all’arte senza sapere se avranno un futuro da star oppure continueranno ad esibirsi nelle cantine. La motivazione è questa: è venuto meno il confine tra l’artista e lo spettatore. Come abbiamo già detto in un precedente post l’artista è sparito ed è comparso il “televisivo” che poi non è altro che uno spettatore “che ce l’ha fatta”, uno che è riuscito a passare dall’altra parte del tubo catodico … ooopppss.. pardon! Volevo dire dei pixel dell’LCD. E perciò non ci meravigliamo più se una casalinga tiene d’occhio i dati dell’Auditel del Festival di Sanremo, pubblicati sui giornali con spazi e analisi sempre più grandi, e li confronta con la “controprogrammazione” di Mediaset. Al tempo stesso non ci meravigliamo se i balletti del varietà che una volta facevano ballerine con alle spalle anni di danza, oggi li fanno ragazze un po’ impacciate che l’esperienza l’hanno fatta in Costa Smeralda o sulle pagine delle cronache rosa. Tuttavia credo che l’essere entrati nel dietro le quinte della televisione, l’aver svelato un po’ dei trucchi del prestigiatore non sia affatto un male. Come penso che la nascita di programmi televisivi in cui si rappresenta la realtà siano stati una novità interessante di una televisione che altrimenti con la nascita dei nuovi media sarebbe inevitabilmente diventata un vecchio elettrodomestico. Resta il fatto che la tv non potrà andare avanti per molto a proporre trasmissioni fatte solo dagli spettatori e che forse è venuto il momento che si torni a investire su giovani talentuosi e che noi spettatori smettiamo di identificarci così tanto nei comportamenti e negli stereotipi televisivi, a cominciare dal linguaggio. Oh a proposito: l’RVM è la sigla di registrazione videomagnetica, coniata in seguito all’introduzione della tecnologia della videoregistrazione. Oggi viene usata chiamare la messa in onda un filmato pre-registrato.

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Le aziende investono sulla Free Press (+9% nel 2006)

febbraio 21, 2007 · Lascia un commento

Gli investimenti pubblicitari crescono. Ed è un buon segno. Non solo per il comparto ma per l’economia in genere. I dati dell’Osservatorio della FCP (Federazione Concessionari di Pubblicità) mostrano infatti come il fatturato pubblicitario del mezzo stampa in generale ha registrato un incremento del + 3.1% nel periodo Gennaio a Dicembre 2006 rispetto allo stesso periodo del 2005.

Rispetto però agli organi di stampa tradizionali (Quotidiani nazionali o locali a pagamento), le aziende preferiscono investire di più sui Free Press che vedono una crescita del fatturato del 9% rispetto all’1,9% delle testate a pagamento.

A conferma di questo dato, c’è l’interesse degli editori tradizionali per la free press. Rcs ha dato vita a City, il Sole 24Ore a 24’, il gruppo Caltagirone che pubblica Il Messaggero di Roma e il Mattino di Napoli ha dato vita a Leggo. E così via. Solo Metro è un free press “puro”, edito da una casa editrice svedese, Metro International SA (Gruppo Kinnevick).

E accanto ai free press “nazionali”, presenti nelle principali città metropolitane italiane, la free press si è diffusa soprattutto in una miriade di testate locali.

Ma perché le aziende vi investono?

Forse perché la free press ha una buona distribuzione: sui mezzi di trasporto (metropolitane, treni, pensiline di tram e autobus) e poi perché colpiscono un nuovo target, un target che non compra quotidiani o che non li compra tutti i giorni. E poi forse perché, in un’epoca in cui commenti e notizie spesso si mischiano, i free press non esprimono opinioni, presentano la notizia breve, “nuda e cruda”. E che il lettore … si faccia la sua idea da solo!

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